(visioni primitive di U. P.)

na ventata d’aria calda ci investì in pieno volto, appena uscimmo dall’aereo. Caldo. Il respiro mozzato, come quando si prova un forte innamoramento, come quando si arriva in Africa.

Per noi, otto giovani italiani, entrambe le cose. Avevamo dinanzi a noi un certo numero di giorni: tantissimi, a giudicarli all’inizio, se si pensava all’incognita dell’avventura che stavamo per vivere. Pochi, troppo pochi, alla fine di quest’avventura, quando ormai eravamo abituati al viaggio; e ancora più pochi, forse, per essere riusciti a capire.

Ma Zanzibar non chiede di essere capita, ma semplicemente compresa, nel senso di presa-con, con l’anima, con il cuore… con lo spirito del viaggiatore che osserva per la stessa ragione del viaggio.

Difficile è descrivere: è la differenze tra il vivere ed il raccontare; le cose che si vivono tutte d’un fiato, come un bicchiere di vino forte, stordiscono a tal punto che ne sei ubriaco, e non riesci a raccontarle a chi non le ha vissute con te… tutto sembra ridursi ad una semplice descrizione di fatti. Ma più dei fatti, conta l’emozione che s’è provata. E quella è solo tua.

Stonetown: la città di pietra, si presenta ai nostri occhi come una scacchiera caotica, le cui linee rette sono state sgangherate da qualche folle demone; nei vicoli stretti si respira una fragranza strana, un misto di odori di spezie ed immondizie, di muri crepati ed orgogliose moschee, di ricchezza e povertà. Ed ogni vicolo ospita svariati passanti, dai volti sempre diversi: arabi e neri Bantù, indiani e mulatti, ed ogni vicolo ha il suo portale intagliato nel legno, i suoi bambini ridanciani e le biciclette che sfrecciano impazzite.

Il nostro albergo, il Riverman Hotel, è un minuscolo edificio, poco distante dal mercato, tra la Cattedrale Anglicana e la moschea, che cinque volte al giorno ci richiama all’attenti con le grida del muezzin dall’alto del minareto, che grida favole inintelligibili ma ammalianti.

Il piccolo hotel non è, per fortuna, turistico, ma ospita pochi viaggiatori di passaggio e qualche locale: lì ci sentiamo subito a casa, per la gentilezza dei gestori e per l’atmosfera genuina. Ogni sera ci sediamo sulle panche di pietra esterne, per raccontarci e farci raccontare. Ogni tanto passa qualcuno: "Jambo!". "Salama!".

Il giorno si cammina per i variegati vicoli, tra palazzi fatiscenti, ricordi di glorie passate, e bazar che offrono le merci più strane: parei, legni intagliati, spezie, cocchi da bere.

E poi il mercato: bancarelle stracolme di frutti e spezie, le cui tende si innalzano per unirsi sulle nostre teste fino a filtrare la luce del sole; i volti dei mercanti, scavati dalla fatica e dal caldo; grida e risate e donne coloratissime nei loro parei, con enormi cesti sulla testa e l’immancabile seguito dei bambini che ci guardano un po’ perplessi ed un po’ divertiti.

La sera si cena nei giardini che danno sul mare, vicino al Forte arabo. Il buio della notte è rischiarato solo dai lumini delle bancarelle, da cui acquistiamo delle carne, del pesce e delle patate; fumiamo le Sportsman, mentre centinaia di giovani si avvicinano salutandoci con calore e raccontandoci.

Ogni tanto, tra la folla, scorgo un mendicante che si china sui nostri avanzi. E mi fermo: il volto triste dell’Africa, da vivere e non dimenticare che per ogni sorriso e per ogni colore c’è una mano tesa ed un vestito stracciato. Ed è qui che mi pesa il colore della mia pelle.

Dopo alcuni giorni a Stonetown, il viaggio prosegue verso il sud dell’isola. La nostra mete è Paje, un piccolo villaggio sull’Oceano Indiano. Affittiamo un pulmino che corre veloce sull’unica strada asfaltata dell’isola, quella che passa per la foresta pluviale. La foresta. Ci accoglie in un giorno di pioggia, il momento ideale per camminarvi, per ascoltare le spiegazioni della guida ed il rumore delle gocce sui fitti rami delle piante tropicali.

Visitiamo anche lo Zala Park, un piccolo giardino zoologico, dove vengono protette alcune specie in via d’estinzione. E tra i tanti animali osserviamo le scimmie, i Colobi Rossi, che saltano tra i rami sospesi sulla Palude delle Mangrovie, che ondeggiano mossi dalla brezza serale.

Paje. Capanne di fango e paglia, poche case in murature, un’enorme spiazzo di sabbia dove giocano i bambini e buffano placidi gli gnu. Poi l’oceano. Ciò che più si approssima all’immenso. Fonte naturale di ricchezza e bellezza, è il palcoscenico dove ogni mattina, grazie alla bassa marea, le donne del villaggio vanno a raccogliere le alghe nelle coltivazioni sul fondo sabbioso, che viene ricoperto, con la risalita, dal mare, verso mezzogiorno.

E a questo ritmo ciclico, accompagnato da quello delle albe e dei tramonti, si adegua la vita degli abitanti. Qualcosa che noi non conosciamo, noi occidentali troppo impegnati dall’elettronica e dalla logica perversa degli orologi.

Ma cerchiamo ugualmente di straci dietro, per ricordare e ritornare a quella che è stata l’infanzia dell’uomo, dove i bisogni erano semplici e veri: cibarsi, comunicare, viaggiare… e mentre viaggiamo per i sentieri che costeggiano le chilometriche spiagge bianche, scopriamo villaggi piccolissimi e poco popolati, ma pronti ad accoglierci e a far festa con noi.

Sono conclusi poi i giorni di cammino, e dall’alto dell’aereo, osserviamo l’Africa che sembra avere il colore della speranza, più che quello della miseria che ci vogliono descrivere in occidente.

E se noi siamo partiti benestanti, in quanto occidentali, siamo ritornati ricchissimi in quanto viaggiatori; viaggiatori in grado di osservare in silenzio, le visioni primitive e vere, in grado di ascoltare quello che l’Africa ha da dire. Ed è forse questa la ragione del viaggio.

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