li schiavi hanno rappresentato, fin dall’antichità, una notevole fonte di guadagno per i mercanti che si dedicavano a questo commercio, esportando uomini dall’Africa verso l’Arabia, la Persia e l’India.

Nel XVIII secolo, a causa di un notevole aumento della domanda, i mercanti arabi cominciarono a spingersi maggiormente verso l’interno dell’Africa per trovare altri schiavi che venivano, poi, venduti al mercato di Zanzibar Town. Gli Arabi erano molto abili a sfruttare le rivalità esistenti tra le diverse tribù, facendo in modo che, nei vari conflitti locali, i vincitori vendessero i nemici catturati come schiavi.

Strettamente connesso al commercio degli schiavi era quello dell’avorio: per ottimizzare i costi di trasporto, i mercanti arabi caricavano sulla stessa nave anche delle zanne di elefante che gli schiavi erano costretti a trasportare nella loro marcia verso la costa. Le donne, in particolare, portavano spesso sulle spalle anche un bambino e, se non riuscivano a trasportare entrambi i carichi, dovevano assistere all’uccisione o all’abbandono dei loro figli, che, per i mercanti, rappresentavano solo un ostacolo. Allo stesso modo venivano uccisi gli schiavi troppo deboli per continuare a marciare. Dopo settimane, o addirittura mesi, di marcia forzata, le carovane raggiungevano i porti di Kilwa e Bangamoyo, dove gli schiavi venivano imbarcati sui dhows per affrontare un viaggio che si svolgeva in condizioni disumane: ammassati sui ponti o nelle stive, erano costretti ad indossare un giogo di legno o catene di ferro alle caviglie, finché non giungevano a destinazione.

I pasti consistevano in una ciotola di riso ed una tazza di acqua stagnante e le epidemie non tardavano a diffondersi, anche se i mercanti avevano un modo piuttosto sbrigativo per circoscrivere il contagio: gettare in mare gli schiavi infetti.

Quando finalmente raggiungevano Zanzibar, gli schiavi erano esausti per la fame e per la forzata immobilità. Poiché i mercanti dovevano pagare la dogana su ogni singolo schiavo, quelli ritenuti incapaci di sopravvivere venivano gettati in mare prima di attraccare, ma erano comunque molti quelli che morivano negli uffici doganali o lungo la strada che conduceva al mercato.

I sopravvissuti venivano lavati e "lucidati" con olio per renderli più pregiati. Le donne venivano abbigliate e, spesso, adornate con bracciali e collane nonché truccate con henné e polvere di antimonio.

Solitamente si sistemavano nelle prime file gli schiavi migliori, lasciando per ultimi quelli più bassi o più deboli, ma tutti erano accuratamente esaminati dagli acquirenti per assicurarsi che fossero in grado di lavorare ed, infine, venduti al miglior offerente. In alcuni casi essi rimanevano sull’isola per lavorare nelle piantagioni ma molto più spesso, venivano imbarcati per raggiungere l'Oman o qualche altra località dell’Oceano Indiano.

Giunti a destinazione, per gli schiavi iniziava una nuova e, quasi sempre più umana, vita. Molti di loro ricevevano dei piccoli appezzamenti di terra da coltivare nelle ore libere dal lavoro, le madri non erano mai separate dai figli e coloro che erano particolarmente apprezzati dai loro padroni acquistavano dopo alcuni anni la libertà. In questi casi, trovavano spesso un impiego presso i loro ex padroni come giardinieri o contadini, oppure ripercorrevano a ritroso il loro viaggio come capi di carovane o di navi di schiavi.

Alla morte del Sultano Said, il sultanato dell'Oman si separò da Zanzibar che aveva raggiunto una certa prosperità grazie all’esportazione dei chiodi di garofano e soprattutto grazie al commercio degli schiavi, che fu decisamente ostacolato dagli inglesi.

Grazie alla mediazione di Atkins Hamerton e John Kirk, il governo inglese riuscì a conquistare la fiducia del Sultano Said e di suo figlio Bargash, raggiungendo l’obiettivo di limitare e infine di eliminare questo disumano commercio. In realtà fu solo 50 anni dopo la chiusura del mercato degli schiavi nel 1873, che la schiavitù scomparve definitivamente dalla Tanzania (all’epoca Tanganyika).

Il più noto mercante di schiavi dell’isola è stato Tippu Tip ritenuto, a dispetto della sua attività commerciale, un uomo di tutto rispetto, visto che Stanley lo definisce "l’uomo più notevole che abbia incontrato tra gli Arabi, i Waswahili e i meticci dell’Africa".

Nella cattedrale di Stone Town, costruita dove sorgeva il vecchio mercato degli schiavi, sono stati rispettati dei simbolismi molto significativi: l’altare sorge nel punto in cui c’era il palo dove gli schiavi venivano frustati ed una delle vetrate ricorda i marinai inglesi morti durante i pattugliamenti anti-schiavitù. Un’usanza piuttosto comune, stando al numero degli scheletri ritrovati in alcuni edifici, era quella di seppellire vivi degli schiavi quando si gettavano le fondamenta di una nuova costruzione.

Nel XVIII secolo la richiesta di schiavi aumentò vertiginosamente a causa del fabbisogno di manodopera nelle piantagioni di zucchero in Brasile e nelle Indie Occidentali, così come nelle piantagioni delle colonie francesi (Madagascar, Reunion, Mauritius), mentre in Medio Oriente venivano richieste concubine, eunuchi e servi.

Nonostante il bando della schiavitù nell’impero britannico fin dal 1830 e la successiva messa al bando nel 1845, anche a Zanzibar questo redditizio "commercio" continuò ancora per anni. Infatti era sufficiente che una nave su quattro riuscisse a superare il blocco anglo-francese per ottenere un profitto.

Tuttavia questo incise pesantemente sulle condizioni degli schiavi che venivano trasportati in maniera ancora più disumana. Basti pensare che all’epoca 5 uomini venivano letteralmente stipati nello spazio precedentemente riservato a due, mentre nelle piantagioni almeno il 30% degli schiavi moriva per denutrizione o malattie.

Verso la fine del regno del Sultano Said, almeno 50.000 schiavi in un anno erano venduti al mercato di Zanzibar, rendendola, insieme al commercio dei chiodi di garofano, la città più importante della costa orientale dell’Africa.

La crescente opposizione del governo britannico spinse il successore di Said, Sayyid, a chiudere il mercato di Zanzibar nel 1873. Questo provvedimento non riuscì a stroncare il commercio di schiavi, il cui divieto veniva aggirato ricorrendo a diverse astuzie, quali fingere di affittare dei portatori e trattenere le loro paghe.

Consapevoli della necessità di un’azione congiunta, le potenze occidentali abolirono la schiavitù durante la Conferenza di Berlino del 1855.

Dal 1698 il Sultano omanita governava le isole di Zanzibar e Pemba dalla capitale del suo regno, Muscat, facendosi rappresentare da governatori.

Nel 1710, completata la costruzione di un forte sorto sulle rovine di una chiesa portoghese, una piccola guarnigione s’installò stabilmente sull’isola. L'Oman si reggeva economicamente sul commercio, in particolare sull’esportazione di datteri che richiedevano il reperimento di manodopera a basso costo.

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Poiché le regole dell’Islam vietavano di rendere schiavi i musulmani, furono gli africani ad essere importati, facendo tappa a Zanzibar, per lavorare nelle piantagioni.

Ai primi del ‘700 nel sultanato c’erano 5.000 schiavi africani, con un incremento annuale di almeno 500 unità. Non tutti però finivano a lavorare nelle piantagioni: alcuni ingrossavano le fila della servitù mentre le donne diventavano concubine ed altri ancora venivano "esportati" di nuovo verso la Persia o l’India.

Nel 1737 il regno della dinastia Yaa’rubi s’interruppe a causa dell’occupazione persiana, terminata dopo soli 4 anni, nel 1741, quando Ahmed bin Said al Busaidi, un mercante omanita, riuscì a scacciare gli occupanti.

Nel 1744 egli venne nominato Sultano dell'Oman, dando inizio alla dinastia Busaidi. Uno dei suoi primi atti ufficiali fu la nomina di un nuovo Sultano che governasse Zanzibar e Pemba, dato che quello in carica all’epoca aveva acquisito un’eccessiva indipendenza.

La dinastia Busaidi estese il suo controllo a quasi tutte le città strategicamente più importanti della costa orientale dell’Africa, mentre Mombasa rimase sotto il controllo di una dinastia rivale, quella dei Mazrui che nel 1746 dichiararono l’indipendenza di Mombasa dall'Oman, riuscendo anche a conquistare Pemba. Nel 1753 tentarono di estendere la loro egemonia anche a Zanzibar ma furono respinti.

Zanzibar aumentava sempre più la sua importanza economica e strategica ed il commercio di schiavi divenne, verso la metà del '700, sempre più florido, per la notevole richiesta di persone da utilizzare nelle piantagioni di zucchero e chiodi di garofano nella odierna isola Mauritius e Reunion. La richiesta sempre crescente spinse i mercanti di schiavi ad inoltrarsi verso l’interno dell’Africa per reperire altre vittime.

Il Sultano bin Ahmed salì al potere dell'Oman nel 1792 ed avendo bisogno di un forte alleato per contrastare i Mazrui ed i Persiani, si alleò con gli Inglesi, siglando, nel 1798, un trattato di commercio e navigazione. Gli Inglesi rappresentavano un alleato irrinunciabile per difendersi dall’espansionismo di Napoleone Bonaparte, ma il governo britannico fece pesare il suo ruolo per porre fine alla tratta degli schiavi, dichiarata illegale in Inghilterra fin dal 1772.

Nel 1822 il Sultano Said firmò un trattato antischiavitù con il capitano inglese Moresby, in virtù del quale il trasporto di schiavi veniva proibito a sud e ad est della cosiddetta Linea Moresby, che andava da Capo Delgado, limite meridionale dei possedimenti del Sultano in Africa, a Diu Head, sulla costa dell’India.

In questo modo, il commercio degli schiavi era vietato tra Zanzibar, Mauritius, Reunion e l’India, ma era ancora permesso tra Zanzibar e l'Oman. Al Sultano fu anche vietato di vendere schiavi a nazioni cristiane, stroncando così l’afflusso di manodopera nelle colonie francesi dell’Oceano Indiano.

Paradossalmente questo trattato portò ad un aumento del commercio di schiavi sull’isola di Zanzibar, mentre il Sultano, per compensare la perdita dei diritti doganali sugli schiavi venduti, incrementò notevolmente le piantagioni di chiodi di garofano.


Nel 1822 egli cercò anche di detronizzare il Sultano Mazrui di Mombasa, ottenendo soltanto il ricorso di quest’ultimo alla protezione inglese per difendersi da altri eventuali attacchi.

Il capitano Owen cercò di sfruttare questa rivalità a vantaggio dell’Inghilterra, stabilendo un protettorato inglese a Mombasa, a patto che il Sultano abolisse la tratta degli schiavi.

Formalmente il Sultano acconsentì, continuando, in realtà, il commercio come se nulla fosse accaduto, ottenendo soltanto di porre fine, nel 1826, al protettorato britannico, consentendo al Sultano Said di riconquistare Mombasa nell’anno seguente.

Preoccupato che l’abolizione della schiavitù potesse indebolire il suo potere, il Sultano Said inviò, nel 1842, un suo messo dalla regina Vittoria con ricchissimi doni per "ammorbidire" la sovrana, la quale ricambiò i doni ma non allentò assolutamente la presa sullo spinoso argomento.

Nel 1845 Said fu costretto a firmare un trattato che permetteva il trasporto degli schiavi solo tra Lamu e Kilwa, i limiti estremi dei possedimenti del Sultano sulla costa. Questo significava che gli schiavi potevano ancora essere importati a Zanzibar, ma non potevano più essere trasportati nell'Oman.

Gli inglesi misero in atto un vero e proprio blocco navale, incendiarono tutte le imbarcazioni che riuscirono ad intercettare e trasferirono gli schiavi ad Aden od in alcune comunità per "schiavi liberati" come Mombasa.

In realtà, avendo a disposizione una flotta piuttosto ridotta per pattugliare un enorme specchio di mare, gli inglesi non riuscirono ad apportare seri danni ai mercanti di schiavi, che continuarono a realizzare enormi profitti. In seguito, prese dall’urgenza di estendere i loro possedimenti coloniali, le potenze occidentali trascurarono la lotta alla schiavitù, le cui ultime tracce furono sradicate solo nel 1922.